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prof Vincenzo Guidotto Osservatorio Veneto sul fenomeno della Mafia

MAFIA UN POTERE ECONOMICO E POLITICO ESERCITATO CON LA VIOLENZA

(Edizioni “La Galleria”, dicembre 1992) scritto dal Prof. Enzo Guidotto (nella foto sotto) attraverso cui è possibile mettere a fuoco la figura dell’imprenditore catanese Gaetano Graci –

Estratto del libro

I “Cavalieri dell’Apocalisse mafiosa” di Catania: le mani sul Veneto
fonte: http://19luglio1992.com/index.php?option=com_content&view=article&id=6693:roberto-soffritti-sindaco-di-ferrara-ai-tempi-dello-scandalo-del-palazzo-degli-specchi&catid=20:altri-documenti&Itemid=43
Obiettivo Veneto – Nel frattempo, i “cavalieri” catanesi, sapendo che in Sicilia le loro attività rimanevano comunque nel mirino degli inquirenti, avevano spostato la loro attenzione verso la penisola cercando di mimetizzarsi alla meglio. «Il vero mafioso — aveva scritto tre anni prima il questore Luigi Rossi — oggi ha il colletto bianco, agisce dietro le quinte e gestisce, direttamente o attraverso terze persone, imprese e società frutto o paravento dell’illecito». I suoi rapporti erano stati pubblicati su l’Unità del 3 ottobre ’89. Due giorni dopo, vari quotidiani mandano in onda un’altra notizia che fa scalpore. “Tra appalti e milioni i cavalieri catanesi sono arrivati in Laguna” è il titolo de la Repubblica. «I cavalieri del lavoro catanesi, gli stessi per i quali è stato chiesto il soggiorno obbligato si legge nell’articolo — sono sbarcati anche nel Veneto e hanno cominciato ad interessarsi attivamente dei grandi appalti pubblici. Non appaiono mai in prima persona, ma attraverso società e amministratori di fiducia, che comunque a loro fanno capo. I nomi di Gaetano Graci e di Mario Rendo sono venuti a galla in due inchieste avviate dalla Procura della Repubblica di Venezia».
«Nemmeno dieci giorni fa Graci è stato interrogato a lungo dal sostituto procuratore della città lagunare, Antonio Fojadelli, come testimone sull’attività di una società con sede a Venezia, l’Ama Srl. Il giorno prima, infatti, i carabinieri avevano arrestato a Roma il viceintendente di Finanza di Venezia, Giuseppe Castana, mentre era in compagnia del cavaliere del lavoro catanese. I carabinieri avevano seguito l’alto funzionario statale da Venezia fino alla capitale perché sospettavano che vi andasse per ritirare una tangente».
«Giunto a Roma, Castana si era recato negli uffici d’una delle società di Graci. Dopo era uscito assieme allo stesso Graci e ad una terza persona. Proprio in quel momento erano intervenuti i militari che avevano trovato contanti per venti milioni nella valigetta del collaboratore dell’imprenditore, l’architetto catanese Matteo Arena. L’accusa mossa al funzionario dell’intendenza di Finanza è stata di aver chiesto del denaro per accelerare i tempi di approvazione di una delibera di giunta in cui veniva sancito che i nuovi uffici finanziari sarebbero stati edificati in un particolare terreno nei pressi di Mestre.

Quell’area tre anni fa l’aveva acquistata una società a responsabilità limitata per 300 milioni circa, poche lire rispetto al valore che poi avrebbe assunto grazie all’edificazione degli uffici. La società è l’Ama, con sede a Mestre, nello studio dell’architetto Ruggero Artico, lo stesso incaricato di progettare gli uffici che in seguito dovevano essere affittati dall’Intendenza. L’amministratore unico dell’Ama è il catanese Alfio Zappalà, legato da vincoli di parentela con Graci, che del resto durante l’interrogatorio non avrebbe avuto difficoltà ad ammettere che la società faceva capo a lui».
«Graci avrebbe spiegato al giudice che anche quei venti milioni trovati all’architetto Arena erano suoi, ma erano stati consegnati al professionista per pagargli una parcella. L’architetto, infine, avrebbe ammesso che quel denaro era per il viceintendente di Finanza, ma non si sarebbe trattato di una tangente, bensì di un regalo, di un prestito senza alcun favore in cambio. Il funzionario dello Stato, dopo l’interrogativo, è stato liberato perché erano venuti meno i requisiti di urgenza e pericolosità per l’arresto».
«Una della società che fa capo a Rendo, invece, l’Impa, appariva in un consorzio con la Rizzi Spa di Rovigo per un appalto di dodici miliardi dell’Anas per la costruzione di un ponte sul fiume Po. E nell’ambito delle indagini condotte dal sostituto procuratore di Venezia Ivano Nelson Salvarani su quell’appalto il titolare e l’amministratore dell’importante società edile veneta e i pubblici funzionari erano finiti in manette per corruzione».

Carmine Mancuso: “insabbiamenti!” – In merito, altre notizie si hanno alla fine di aprile del ’90, quando il rapporto del Nucleo Carabinieri di Polizia Giudiziaria di Venezia viene inviato a Domenico Sica, Alto Commissario per la lotta alla mafia. Poi il silenzio più assoluto fino al 6 ottobre del ’91, quando Carmine Mancuso comincia a parlare di “insabbiamenti”. A questo punto la Procura di Venezia, in un comunicato ufficiale, conferma che il documento dopo la spedizione a Sica «ai fini di un più efficace coordinamento investigativo», è stato «inoltrato a varie Procure eventualmente competenti per territorio». Con quali conseguenze? «Quali attività o accertamenti siano stati avviati (o siano in corso) da parte di detti uffici non è noto né alla procura di Venezia, né all’Arma dei carabinieri», è la conclusione del comunicato. In effetti il rapporto dei carabinieri fu spedito a dodici Procure, fra le quali quelle di Roma, Catania, Trapani e Palermo, ma soltanto nella primavera del ’91.
In ottobre, dopo lo scoppio delle polemiche, è stato chiesto anche dalla Procura di Ferrara, dove Gaetano Graci ha fatto investimenti attraverso la collaborazione di Carlo Colombana, un architetto di Carrara San Giorgio, in provincia di Padova.

Quale il suo curriculum? Il “successo” professionale inizia, quando entra a far parte del pool di architetti e ingegneri assunti dalla Sitas, la società di Sciacca, in provincia di Agrigento, — costituita nel ’73 con nove miliardi di capitale sociale conferito per il 55% dell’Ente Minerario Siciliano (EMS), ente pubblico regionale, e per il 45% da un gruppo di albergatoti di Abano — per la realizzazione di un faraonico progetto voluto da due personaggi: Graziano Verzotto e Calogero Mannino.

Ferrara – Recentemente i tentacoli della “piovra” sono stati notati anche a Ferrara, dove si sono intrecciati con le propaggini di altri gruppi e organizzazioni. «La strage del 2 febbraio ’89 ad opera del killer Valeriano Forzati nel night “Laguna Blu” di Mesola; il racket delle estorsioni ormai di casa anche nei Lidi ferraresi; l’omicidio del fornaio Paolino Bertelli; la scoperta di due raffinerie di eroina a Gallo e Chiesanuova; ecco un esempio — ha scritto nel gennaio del ’91 Silvana Piccinini su Società civile, il mensile milanese diretto da Nando Dalla Chiesa — di ciò che succede sulle rotte del traffico di stupefacenti tra Turchia, Svizzera, Lombardia, Trentino, Veneto e Sicilia. Una capillare rete di collegamenti con un crocevia importante, l’Emilia Romagna, e Ferrara in particolare. D’altra parte i fatti dimostrano come la tranquilla provincia emiliana sia oggi una delle realtà più importanti e “trafficate” che Cosa nostra abbia al Nord. In una posizione centrale e privilegiata rispetto a Venezia, Milano e Bologna, Ferrara aveva infatti tutte le regole per diventare — e lo è diventata — una delle maggiori centrali di smistamento e scambio tra l’eroina turca e la cocaina colombiana.

Uno scambio gestito dalla mala del Brenta, dalle famiglie Savoca e Spadaro. Con un intreccio che ha un nome: Coca Connection. Venuta alla ribalta nel settembre ’88 con l’arresto all’aeroporto di Venezia del corriere colombiano Josè Suarez, l’ennesima connection è stata svelata dall’inchiesta del giudice istruttore veneziano Saverio Pavone e del tenente colonnello dei carabinieri Giampaolo Ganzer e ha quindi imboccato una pista già percorsa dal giudice Carlo Palermo: una pista, quella cosidetta “ticinese”, che sembra intrecciarsi a tutte le inchieste svolte finora. Un intreccio che ha probabilmente a che fare con la morte del giudice Rocco Chinnici, con quella del commissario Ninni Cassarà e dei suoi agenti Roberto Antiochia e Natale Mondo. Oltre che con il fallito attentato al giudice Carlo Palermo e al sostituto procuratore aggiunto Giovanni Falcone. E a quella, guarda caso, contro il giudice Pavone e il colonnello Ganzer. Tutti attentati con un mandante, almeno per quanto riguarda la mafia, in comune: quello di Gaetano Fidanzati».
«Zu Tanino, come lo chiamano gli “amici”, è stato arrestato alla fine del febbraio di quest’anno in Argentina. Undici giorni dopo è stata la volta del killer Valeriano Forzati.

Quali sono gli altri nomi che legano Ferrara a Cosa nostra?

I due pentiti Osvaldo Massari (ex brigadiere e corriere per conto della mafia del Brenta) e Franco Fuschini (trafficante con contati molto stretti con i turchi) hanno parlato per ore con il giudice veneziano Saverio Pavone, i magistrati ferraresi Domenico Mecca e Vincenzo Melluso, il giudice istruttore e il sostituto procuratore di Bologna, Grassi e Libero Mancuso. E hanno confermato un lungo elenco di fatti e di personaggi.

Tra questi spicca il “gotha” della mala ferrarese (il cui stato di qualità è costituito sicuramente dall’organizzazione dell’evasione di Hanifi Arslan, trafficante turco già inquisito dal giudice Palermo; Luigi Gnani, il “banchiere del gruppo”, Giuseppe Cenacchi, suo braccio destro, Alessio De Gregorio, Antonio Fabbri, Maurizio Marangoni (grande amico di Valeriano Forzati), Antonio Gaglio, Roberto Marzocchi, Gianfranco Piazzi e Giancarlo Colombani.

Gnani, che ha contatti diretti con la mafia marsigliese tramite sua moglie Dominique Naridal, sorella di un boss del sud della Francia, riciclava personalmente il denaro tramite la copertura di finanziarie come la “Europe”, attraverso le quali controllava quattro immobiliari.

Un volume d’affari di miliardi, se è vero che i carichi settimanali arrivavano anche a colpi di venti chili di coca la settimana.

Niente male per una città in cui la “mafia non esiste”».
Poi, sempre a Ferrara, in certi ambienti ha cominciato a pesare la “longa manus” di certi operatori economici di ben più alto livello. «Di loro — ha precisato Silvana Piccinini — si è occupato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa poco prima di morire assassinato dalla mafia. La loro pericolosità è stata ampiamente evidenziata dal pool antimafia e l’ex questore di Catania Luigi Rossi (“provvidenzialmente” promosso dopo questa denuncia) li ha definiti “complici della mafia, se non peggio”.

Chi sono? Ma i “Cavalieri dell’Apocalisse”, come li definì il direttore de I Siciliani, Pippo Fava ucciso anch’egli dalla mafia il 6 gennaio 1984:

ovvero Carmelo Costanzo, Gaetano Graci, Mario Rendo e Francesco Finocchiaro.

Cavalieri che guarda caso ritroviamo anche al Nord, in particolare in Emilia Romagna, dove si sono suddivisi l’intera torta degli appalti pubblici e privati.

Di Gaetano Graci, il quale da dieci anni fa affari con la Lega delle cooperative e al quale è andata la fetta ferrarese, l’ex questore di Catania, nel suo inascoltato rapporto alla Procura locale ha scritto che gli calza a pennello la figura aggiornata e rivista del mafioso dei nostri tempi, il quale, inserito in un contesto imprenditoriale, ha cercato e trovato giusti legami con esponenti di spicco della malavita nazionale e internazionale. Non solo.

Nei passi in cui fa riferimento al nostro “Cavaliere al lavoro”, arrivato in una piccola e tranquilla provincia dell’Emilia Romagna come Ferrara gestendo appalti miliardari tramite immobiliari di “fiducia”, l’ex questore di Catania Rossi ha scritto ancora che “sangue e violenza sono mezzi ai quali la mafia ricorre solo in casi estremi e che in realtà oggi il vero mafioso ha il colletto bianco, agisce dietro le quinte e gestisce direttamente o tramite terze persone imprese e società frutto o paravento dell’illecito”.

prof Vincenzo Guidotto Osservatorio Veneto sul fenomeno della Mafia

prof Vincenzo Guidotto Osservatorio Veneto sul fenomeno della Mafia

Un ritratto che pare ritagliato apposta per Graci, definito testualmente “un esempio classico di tale categoria”: e che sembra, almeno per lo “star dietro le quinte”, andare a pennello per Ferrara, dove il “Palazzo degli specchiè stato ufficialmente costruito dal carrozziere padovano Carlo Colombana (poi si è scoperto che è anche architetto ed è stato membro del consiglio di amministrazione di varie società che hanno capo a Graci, nda).

Oltre al ritratto di Graci l’ex questore ha però consegnato il ritratto di un’altra conoscenza ferrarese: Mario Rendo, che guarda caso ritroviamo nel Consorzio Delta Po a gestire appalti per mezzo miliardo sul grande fiume. Del cavalier Rendo, che manovra un giro d’affari di ben 500 miliardi, si era occupato in modo particolare il generale Dalla Chiesa che aveva avanzato l’ipotesi di un suo coinvolgimento nella “nuova mappa del potere mafioso”».


(Fonte: MAFIA: UN POTERE ECONOMICO E POLITICO ESERCITATO CON LA VIOLENZA, Enzo Guidotto, Edizioni “La Galleria”, dicembre 1992)

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